Giurisprudenza

Cass., sez. II, ord. 12 aprile 2019 n. 10365 (Pres. San Giorgio, rel. Scarpa)

ATTENZIONE

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Procedimento civile – Termini per l’impugnazione – Decorrenza – Redazione della sentenza in formato elettronico – Data di pubblicazione – Attestazione del cancelliere – Sussiste – Trasmissione alla cancelleria da parte del giudice – Esclusione

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SECONDA SEZIONE CIVILE

Composta da:

MARIA ROSARIA SAN GIORGIO – Presidente –

ANTONELLO COSENTINO – Consigliere –

ANTONIO SCARPA – Rel. Consigliere

CHIARA BESSO MARCHEIS – Consigliere –

LUCA VARRONE – Consigliere –

ha pronunciato la seguente

ORDINANZA

sul ricorso NN-AA proposto da:

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA 8018440587, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende;

– ricorrente-

contro

C. L. E C SRL, rappresentata e difesa dall’avvocato F. R.;

– controricorrente –

avverso il decreto della CORTE D’APPELLO di VENEZIA, depositato il 13/10/2016; udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 14/02/2019 dal Consigliere Dott. ANTONIO SCARPA.

FATTI DI CAUSA E RAGIONI DELLA DECISIONE

Il Ministero della Giustizia ha presentato ricorso articolato in un unico motivo avverso il decreto del 13 ottobre 2016 della Corte di appello di Venezia, con cui è stata respinta l’opposizione avanzata dallo stesso Ministero contro il decreto del giudice designato del 12 maggio 2016, che aveva condannato

l’Amministrazione al pagamento della somma di C 2.800,00 a favore della C. L. E C SRL, a titolo di indennizzo per l’eccessiva durata del giudizio presupposto.

La C. L. E C SRL si difende con controricorso.

A sostegno dell’opposizione, il Ministero aveva dedotto che il decreto di accoglimento della domanda di equa riparazione, depositato in cancelleria in data 12 maggio 2016, era stato notificato soltanto in data 27 giugno 2016, violando l’art. 5, comma 2, legge n. 89/2001, secondo cui “il decreto diventa inefficace qualora la notificazione non sia eseguita nel termine di trenta giorni dal deposito in cancelleria del provvedimento”, con conseguente inefficacia dello stesso.

La Corte di Appello di Venezia ha osservato come “il decreto di liquidazione e contestuale ingiunzione di pagamento dell’indennizzo di cui si tratta, è stato effettivamente inoltrato per il deposito attraverso il sistema telematico in data 12 maggio 2016; e tuttavia, come risulta palese dal registro cronologico delle operazioni eseguite sul fascicolo telematico, cosiddetto “storico” del procedimento, al quale si accede dal fascicolo telematico, è stato posto in lavorazione dalla cancelleria soltanto in data 27 maggio 2016. In detta data il decreto è stato “scaricato” dal server del Ministero ed è stato comunicato alla parte resistente. Poiché è incontestato che la notifica del decreto all’Avvocatura distrettuale è stata avviata in data 27 giugno, la notifica deve ritenersi tempestivamente avvenuta, e pertanto il decreto efficace. La discrasia delle date dipende invece unicamente dalla metodologia utilizzata dal sistema informatizzato del Ministero per il deposito dei provvedimenti del giudice”.

L’unico motivo di ricorso del Ministero della Giustizia denuncia la violazione dell’art. 5, legge n. 89/2001, dell’art. 113 c.p.c., degli artt. 1, 12 e 15 delle preleggi, nonché dell’art. 15, < D.M. 21 febbraio 2011, n. 44, ovvero del Regolamento contenente le regole tecniche per il processo civile telematico, in quanto la Corte di Appello di Venezia, nel considerare la notifica in oggetto tempestiva, avrebbe prescelto un’interpretatio

abrogans della normativa primaria di cui sopra, dando peso a quanto stabilito dal Regolamento richiamato, il quale costituirebbe normativa di rango inferiore rispetto a quella concernente le formalità di pubblicazione dei provvedimenti giurisdizionali dettata dal codice di rito, come rispetto alla disciplina speciale contenuta nella legge n. 89/2001.

Con il controricorso la società C. L. E C SRL, dopo aver eccepito l’inammissibilità e l’infondatezza del ricorso, richiede che, nel caso di accoglimento dell’impugnazione, le venga concessa la rimessione in termini, ai sensi dell’art. 153 c.p.c., essendo stato il decreto opposto visibile alle parti solo in data 27 maggio 2016.

Non sussiste l’inammissibilità eccepita dalla controricorrente, in quanto il ricorso soddisfa il requisito imposto dall’articolo 366, comma 1, n. 3, c.p.c., indicando le argomentazioni essenziali, in fatto e in diritto, su cui si fonda il decreto impugnato e sulle quali si richiede alla Corte di cassazione, nei limiti del giudizio di legittimità, una valutazione giuridica diversa da quella asseritamene erronea, compiuta dal giudice di merito.

Il ricorso è comunque manifestamente infondato. Questa Corte ha già chiarito, con interpretazione cui il Collegio intende dare continuità, che, sebbene l’art. 5, comma 2, della legge n. 89 del 2001 preveda che il decreto diventi inefficace qualora la notificazione non sia eseguita nel termine di trenta giorni dal deposito in cancelleria del provvedimento, deve ritenersi che tale termine decorra, in realtà, dalla comunicazione del decreto stesso alla parte ricorrente. Ciò si desume sia dal quarto comma della stessa norma, in base al quale il decreto che accoglie la domanda è altresì comunicato al Procuratore Generale della Corte dei Conti e ai titolari dell’azione disciplinare, sia dalla sostanziale continuità normativa rispetto al testo precedente del medesimo art. 5, che, prima delle modifiche apportate dal d.l. n. 83 del 2012, disponeva espressamente che il decreto fosse comunicato, oltre che alle parti, alle suddette autorità. Avvalora tale interpretazione l’ulteriore circostanza che, mentre l’inefficacia del decreto ingiuntivo (che costituisce il modello di riferimento del procedimento ex I. n. 89 del 2011) non notificato nel termine di cui all’art. 644 c.p.c., determina una situazione rimediabile (salvo prescrizione o decadenze sostanziali) attraverso la riproposizione della domanda, non altrettanto avviene nel caso della mancata notifica del decreto di accoglimento della domanda di equa riparazione, non più riproducibile per l’espresso divieto contenuto nel medesimo art. 5, comma 2 (Cass. Sez. 6 – 2, 21/03/2017, n. 7185).

Più in generale, si è anche spiegato come, in tema di redazione del provvedimento in formato elettronico, la relativa data di pubblicazione, ai fini del decorso del termine di impugnazione, coincide non già con quella della sua trasmissione alla cancelleria da parte del giudice, bensì con quella dell’attestazione del cancelliere, giacché è solo da tale momento che la sentenza diviene ostensibile agli interessati

(Cass. Sez. 2 , 09/10/2018, n. 24891).

Così, a norma dell’art. 4 del d.l. n. 193 del 2009, convertito nella legge n. 24 del 2010, nonché dei principi generali del d.lgs. 7 marzo 2005, n. 82 e successive modificazioni, applicabili anche nel processo civile con valore di legge ordinaria, e degli artt. 11 e 15 del Regolamento di cui al D.M. n. 44 del 2011, l’atto del processo, redatto in formato elettronico dal magistrato, soggetto abilitato interno, e sottoscritto con firma digitale, è depositato telematicamente nel fascicolo informatico; tuttavia, solo dal momento in cui il documento è trasmesso in formato elettronico per via telematica alla cancelleria il procedimento della decisione si completa e si esterna, e dalla relativa data il provvedimento diviene irretrattabile dal giudice che l’ha pronunziato (Cass. Sez. U, 01/08/2012, n. 13794; Cass. Sez. 6 – L, 23/08/2016, n. 17278).

Nella specie, il decreto di accoglimento della domanda di equa riparazione, redatto in formato elettronico dal magistrato designato della Corte d’Appello di Venezia il 12 maggio 2016, è stato “lavorato” dalla cancelleria e comunicato alla parte ricorrente soltanto in data 27 maggio 2016, il quale lo ha a sua volta notificato all’Avvocatura dello Stato lunedì 27 giugno 2016, ovvero tempestivamente rispetto al termine di trenta giorni ex art. 5, comma 2, I. n. 89/2001.

Il ricorso va quindi rigettato. Al rigetto del ricorso consegue la regolamentazione delle spese secondo soccombenza, nell’ammontare liquidato in dispositivo, con distrazione in favore del difensore ilcredite, della controricorrente ai sensi dell’art. 93 c.p.c. Ric. 2017Essendo la ricorrente Amministrazione dello Stato esente dal pagamento del contributo unificato, non si deve far luogo alla dichiarazione di cui al comma 1-quater441I’art. 13 del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, introdotto dall’art. 1, comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n. 228.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento in favore della controricorrente delle spese del giudizio di cassazione, che liquida in complessivi € 900,00 per compensi, oltre accessori di legge e spese forfetarie nella misura del 15%, con distrazione in favore del difensore ai sensi dell’art. 93 c.p.c.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Seconda Sezione civile della Corte suprema di cassazione, il 14 febbraio 2019.

Il Presidente

Maria Rosaria San Giorgio

Cass., sez. I, sent. 10 aprile 2019 n. 10102 (Pres. Giancola, rel. Tricomi)

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Impugnazioni – Cassazione – Controricorso – Notifica presso la cancelleria della Corte – Validità – Esclusione – Indicazione dell’indirizzo PEC nel ricorso – Sussiste

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

PRIMA SEZIONE CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati

MARIA CRISTINA GIANCOLA-Presidente

MARIA GIOVANNA C. SAMBITO-Consigliere

LAURA TRICOMI-Consigliere – Rel.

LAURA SCALIA-Consigliere

ALBERTO PAZZI-Consigliere

SENTENZA

sul ricorso NN/AA proposto da:

P. C., elettivamente domiciliato in R. , V.le … , presso lo studio dell’avvocato Mariella Stefano, che lo rappresenta e difende unitamente agli avvocati M. T. D. S., U. R., giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero Dell’interno, in persona del prefetto pro tempore, domiciliato in R. , Via … , rappresentato e difeso dall’Avvocatura Generale dello Stato, ope legis

– resistente –

avverso la sentenza n. NN/AA della CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE di ROMA, depositata il NN/NN/AA ; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del NN/NN/AA da T. L. udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale S. F. , che ha concluso per l’accoglimento

FATTI DI CAUSA

C. P. ricorre con un mezzo per la revocazione della sentenza di questa Corte n. NN/AA del NN.NN.AA , che – nel dichiarare inammissibile il ricorso da lui proposto per ottenere la cassazione dell’ordinanza del Tribunale di Treviso che aveva dichiarato estinto il giudizio di opposizione al verbale di accertamento dell’infrazione al C.d.S. che gli era stata contestata – lo ha condannato al pagamento delle spese processuali in favore del Ministero dell’Interno, sua controparte processuale.

Il Ministero dell’Interno è rimasto intimato.

Il ricorso, esaminato dalla Sezione civile Sesta-Prima, è stato rimesso alla pubblica udienza con ordinanza interlocutoria n. NN/AA.

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. A sostegno della domanda di revocazione, P. deduce, con l’unico motivo, la violazione degli artt.370, 366, secondo comma, e 91 cod. proc. civ. , assumendo che il controricorso, notificatogli dal Ministero presso la cancelleria della Corte anziché all’indirizzo di posta elettronica certificata del suo procuratore domiciliatario, indicato in ricorso, avrebbe dovuto essere dichiarato inammissibile.

Rileva, pertanto, che, poiché il Ministero non ha svolto attività difensiva in udienza, la statuizione di condanna alle spese è frutto di un errore materiale.

2. Il motivo è fondato e va accolto.

3. Le SS.UU., con la sentenza n. NN/AA, hanno infatti affermato che, a partire dalla data di entrata in vigore delle modifiche degli artt. 125 e 366 cod. proc. civ., apportate dalla L. 12 novembre 2011, n. 183, art. 25, esigenze di coerenza sistematica e d’interpretazione costituzionalmente orientata inducono a ritenere che la domiciliazione ex lege presso la cancelleria dell’autorità giudiziaria, innanzi alla quale è in corso il giudizio, ai sensi del R.D. n. 37 del 1934, art. 82, consegue soltanto ove il difensore, non adempiendo all’obbligo prescritto dall’art. 125 cod. proc. civ. per gli atti di parte e dall’art. 366 cod. proc. civ. specificamente per il giudizio di cassazione, non abbia indicato l’indirizzo di posta elettronica certificata comunicato al proprio ordine.

È stato inoltre puntualizzato che il ricorrente soccombente non può essere condannato al pagamento delle spese di lite in favore della controparte, qualora quest’ultima non abbia fornito prova dell’avvenuta notifica per via telematica del controricorso (Cass. n. NN del NN/NN/AA ).

Ne consegue che nel caso di specie, in cui il procuratore della ricorrente ha indicato l’indirizzo PEC, il controricorso avrebbe dovuto essere notificato a tale indirizzo e che, in difetto, la notifica presso la cancelleria della Corte avrebbe dovuto ritenersi nulla, con conseguente rilievo dell’inammissibilità del controricorso.

Non risulta, inoltre, che il Ministero abbia svolto attività difensiva all’udienza pubblica, di guisa che alcuna statuizione sulle spese avrebbe dovuto essere assunta.

La statuizione di condanna del P. al pagamento delle spese processuali, fondata sull’erroneo presupposto dell’ammissibilità del controricorso, va pertanto revocata.

Le spese del presente giudizio seguono la soccombenza.

P.Q.M.

– Accoglie il ricorso e revoca la sentenza n. NN/AA limitatamente al capo relativo alla condanna alle spese del giudizio di legittimità;

– Condanna il Ministero dell’Interno alla refusione delle spese del presente giudizio che liquida in €.1.500,00=, oltre €.200,00= per esborsi, spese generali liquidate forfettariamente nella misura del 15%, accessori di legge.

Così deciso in Roma, il giorno 12 febbraio 2019.

Il consigliere estensore                                                                                    Il Presidente

      (Laura Triconi)                                                            (Maria Cristina Giancola)

Cass., sez. VI-1, ord. 9 aprile 2019 n. 9897 (Pres. Di Virgilio, rel. Campese)

ATTENZIONE

L’attività redazionale di anonimizzazione e di pubblicazione in un formato accessibile dei testi dei provvedimenti richiede un impegno notevole. I provvedimenti sono pubblici e possono essere liberamente riprodotti: qualora vengano estrapolati dal presente sito, si prega di citare quale fonte www.processociviletelematico.it

Notifica ex art. 15 l.f. – Ricevuta di avvenuta consegna – Validità – Fino a querela di falso – Esclusione – Opponibilità ai terzi – Sussiste – Presenza degli allegati – Contestazione – Deduzione di errori tecnici o della non corrispondenza tra i file attestati come allegati e file realmente pervenuti – Mancanza

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SESTA SEZIONE CIVILE -1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott.ssa ROSA MARIA DI VIRGILIO-Presidente

Dott. ANDREA SCALD.AFERRI-Consigliere

Dott.ssa MARIA ACIERNO-Consigliere

Dott. GUIDO MERCOLINO-Consigliere

Dott. EDUARDO CAMPESE-Rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente

ORDINANZA

sul ricorso 386-2018 proposto da:

C. R. D. , nella qualità di titolare della ditta individuale C, D. di C. R. D.,.elettivamente domiciliato in R. , VIA … , presso lo studio dell’avvocato M. Z., rappresentato e difeso dall’avvocato A. C. D. G.;

– ricorrente –

contro

CURATELA DEL FALLIMENTO DELLA DITTA C. D. DI C. R. , in persona del Curatore fallimentare, elettivamente domiciliata in R. , VIA …, presso lo studio dell’avvocato V. C. , rappresentata e difesa dall’avvocato V. P. ;

– controriorrente –

avverso la sentenza n. NN/AA della CORTE D’APPELLO di PALERMO, depositata il NN/NN/AA ;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non partecipata del NN/NN/AA dal Consigliere Relatore Dott. EDUARDO CAMPESE.

FATTI DI CAUSA

1. R. D . C. , titolare della ditta individuale C. D. , ricorre per cassazione, affidandosi a due motivi, ulteriormente illustrati da memoria ex art. 380-bis cod. proc. civ., avverso la sentenza della Corte di appello di Palermo del NN/NN/AA , reiettiva del reclamo da lui proposto, in proprio e nella indicata qualità, contro la dichiarazione di fallimento della menzionata C. D. di R. D. C. , pronunciata dal Tribunale di Marsala su ricorso della H. S. I. s.r.l. .Resiste, con controricorso, la curatela fallimentare, mentre non ha spiegato difese, in questa sede, la creditrice istante ex art. 6 1.fall..

1.1. Per quanto ancora di interesse, quella corte, nel disattendere le corrispondenti doglianze del reclamante, ritenne che dalla documentazione in atti emergesse: i) «la regolarità della notifica effettuata dalla cancelleria del Tribunale di Marsala mediante PEC del NN/NN/AA. In particolare, dall’attestazione telematica prodotta dalla curatela fallimentare risulta che la cancelleria ha provveduto ad eseguire la notifica, ai sensi dell’art. 15, comma 3, 1.fall., trasmettendo all’indirizzo PEC dell’impresa debitrice: il ricorso per la dichiarazione di fallimento; il provvedimento di designazione del giudice relatore; il decreto di fissazione dell’udienza del NN/NN/AA»; il superamento del requisito di cui all’art. 15, ultimo comma,l.fall..

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. I motivi di ricorso prospettano, rispettivamente:

I) «violazione e falsa applicazione dell’art. 15, comma 3, 1.fall., in relazione agli artt. 136 e ss. cod. proc. civ.». Si ascrive alla corte distrettuale di aver erroneamente considerato ritualmente instaurato, nei confronti della parte debitrice, il procedimento prefallimentare, atteso che la ricevuta di avvenuta consegna (RAC) – generata, automaticamente, dal sistema informatico di gestione della posta elettronica – relativa alla notificazione eseguita, ex art. 15, comma 3, 1.fall., dalla cancelleria del Tribunale di Marsala, forniva la dimostrazione, peraltro superabile da prova contraria, solo dell’avvenuta ricezione del corrispondente messaggio, ma non anche dell’effettiva presenza, in esso, dei documenti che ivi risultavano indicati come allegati. Si ribadisce, che unico allegato a quel messaggio era stato il decreto di fissazione dell’udienza prefallimentare;

II) «violazione e falsa applicazione dell’art. 101 cod. proc. civ., in relazione agli artt. 136 e ss. cod. proc. civ. e 15, comma 3, 1.fall.». Si sostiene che, non risultando il ricorso di fallimento tra gli allegati di cui al suddetto messaggio, la fallenda non aveva avuto conoscenza della circostanza che la creditrice istante ex art. 6 1.fall. aveva inteso avvalersi delle risultanze dell’allegata visura protesti al fine di dimostrare la sussistenza del requisito di cui all’art. 15, ultimo comma,l.fall..

2. Le descritte doglianze, esaminabili congiuntamente perché chiaramente connesse, sono manifestamente infondate.

2.1. Invero, pure sottacendosi l’evidente profilo di inammissibilità del ricorso per inosservanza, in esso, dell’onere, ex art. 366, comma 1, n. 6, cod. proc. civ., di indicazione specifica degli atti e dei documenti su cui si fonda (fr., wnplius, Cass. n. NN del AA ) – non è ivi riprodotto, infatti, il contenuto del file che, solo, si assume essere stato allegato al messaggio di notificazione ex art. 15, comma 3, 1.fall., proveniente dalla cancelleria del Tribunale di Marsala, asseritamente recante solo il decreto di fissazione dell’udienza prefallimentare, e non anche il ricorso per dichiarazione di fallimento proposto dalla H. S. I. s.r.l. contro la C.

D. di R. D. C. , né si dice se e dove tale file sarebbe esaminabile in quanto prodotto in questo giudizio di legittimità, senza, peraltro, che, per evitarne la produzione ai sensi dell’art. 369, comma 2, n. 4 cod. proc. civ., si sia inteso fare riferimento alla presenza nel fascicolo d’ufficio (alla stregua di Cass., SU, n. NN del AA) – va, comunque, rimarcato che ciò di cui oggi sostanzialmente si duole il ricorrente non è la mancata ricezione del messaggio suddetto (rectius: la mancata consegna dello stesso presso la sua casella di posta elettronica certificata), quanto, piuttosto, l’assenza, tra i suoi allegati, diversamente da quanto, in contrario, desumibile dalla corrispondente attestazione di cancelleria del Tribunale di Marsala, del menzionato ricorso della H. S. I. s.r.l. circostanza, quest’ultima, che gli avrebbe impedito di difendersi adeguatamente, nemmeno avendo avuto conoscenza del fatto che la creditrice istante ex art. 6 1.fall. aveva inteso avvalersi delle risultanze dell’allegata visura protesti al fine di dimostrare la sussistenza del requisito di cui all’art. 15, ultimo comma,1.fall..

2.2. Fermo quanto precede, rileva il Collegio che, come è noto, nell’ambito dei procedimenti per la dichiarazione di fallimento introdotti, come quello oggi in esame, dopo il NN/NN/AA, ai sensi dell’art. 15, comma 3, 1.fall., come sostituito dall’art. 17, comma 1, lettera a), del d.l. n. 179 del 2012, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 221 del 2012, la cancelleria procede direttamente alla notifica al debitore del ricorso e del decreto di fissazione dell’udienza, mediante trasmissione di tali atti in formato digitale all’indirizzo di posta elettronica certificata (PEC) del destinatario risultante dal registro delle imprese, ovvero dall’indice nazionale degli indirizzi di posta elettronica certificata. Solo nel caso in cui ciò risulti impossibile, o se la notifica abbia avuto esito negativo, della stessa viene onerato il creditore istante che dovrà procedervi a mezzo di ufficiale giudiziario, il quale, a tal fine, dovrà accedere di persona presso la sede legale del debitore con successivo deposito nella casa comunale, ove il destinatario non sia li reperito.

2.2.1. Su un piano processuale più generale, poi, l’art. 16, comma 4, del menzionato d.l. n. 179 del 2012, ha stabilito che – al termine di un articolato periodo transitorio oggi concluso (art. 16, comma 9, d.l. n. 179 del 2012) – in tutti i procedimenti civili presso i tribunali e le corti d’appello, “le comunicazioni e le notificazioni a cura della cancelleria” sono effettuate esclusivamente per via telematica all’indirizzo di posta elettronica certificata risultante da pubblici elenchi o comunque accessibili alle pubbliche amministrazioni, secondo la normativa, anche regolamentare, concernente la sottoscrizione, la trasmissione e la ricezione dei documenti informatici.

2.2.2. Inoltre, l’art. 16 del d.m. 21 febbraio 2011 n. 44 (Regolamento concernente le regole tecniche per l’adozione nel processo civile e nel processo penale, delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione), stabilisce che le comunicazioni e le notificazioni telematiche su iniziativa del cancelliere si intendono perfezionate “nel momento in cui viene generata la ricevuta di avvenuta consegna da parte del gestore di posta elettronica certificata del destinatario”, rinviando, poi, per i relativi effetti giuridici, senz’altro agli artt. 45 e 48 del d.lgs. 7 marzo 2005, n. 82 (cd. Codice dell’amministrazione digitale).

2.2.3. In forza del detto rinvio, allora, deve ritenersi che il documento informatico trasmesso per via telematica “si intende consegnato al destinatario se reso disponibile all’indirizzo elettronico da questi dichiarato, nella casella di posta elettronica del destinatario messa a disposizione dal gestore” art. 45, comma 2, del d.lgs. n. 82 del 2005) e che la trasmissione telematica del documento, salvo che la legge disponga diversamente, equivale “alla notificazione per mezzo della posta” (di-. art. 48, comma 2, d.lgs. n. 82 del 2005), mentre la data, l’ora di trasmissione e quella di ricezione del documento informatico trasmesso via PEC “sono opponibili ai terzi”, quando la notifica sia avvenuta in conformità alle previsioni di cui al d.P.R. 11 febbraio 2005 n. 68, recante disposizioni per l’utilizzo della posta elettronica certificata, alle relative regole tecniche (d-r. art. 48, comma 3, del d.lgs. n. 82 del 2005). A sua volta, l’art. 6 del richiamato d.P.R. n. 68 del 2005 sancisce che il gestore di posta elettronica certificata utilizzato dal destinatario deve fornire al mittente, presso il suo indirizzo elettronico, la cd. “ricevuta di avvenuta consegna” (RAC), soggiungendo che questa ricevuta “fornisce al mittente prova che il suo messaggio di posta elettronica certificata è effettivamente pervenuto all’indirizzo elettronico dichiarato dal destinatario”.

2.3. Questa Corte, infine, ha già ritenuto che, in tema di notifiche telematiche nei procedimenti civili, compresi quelli cd. prefallimentari, la ricevuta di avvenuta consegna (RAC), rilasciata dal gestore di posta elettronica certificata del destinatario, costituisce documento idoneo a dimostrare, fino a prova contraria, che il messaggio informatico è pervenuto nella casella di posta elettronica del destinatario, senza tuttavia assurgere a quella “certezza pubblica” propria degli atti facenti fede fino a querela di falso, atteso che, da un lato, atti dotati di siffatta speciale efficacia, incidendo sulle libertà costituzionali e sull’autonomia privata, costituiscono un numero chiuso e non sono suscettibili di estensione analogica, e, dall’altro, che l’art. 16 del d.m. n. 44 del 2011 si esprime in termini di “opponibilità” ai terzi ovvero di semplice “prova” dell’avvenuta consegna del messaggio, e ciò tanto più che le attestazioni rilasciate dal gestore del servizio di posta elettronica certificata, a differenza di quelle apposte sull’avviso di ricevimento dall’agente postale nelle notifiche a mezzo posta, aventi fede privilegiata, non si fondano su un’attività allo stesso delegata dall’ufficiale giudiziario (dì-. Cass. n. NN del AA; Cass. n. NN del AA). Ha inoltre precisato (r., in motivazione, Cass. n. NN del AA) che, nelle notificazioni telematiche previste in ipotesi specifiche (art. 6, comma 8, del d.lgs n. 150 del 2011; art. 15 1.fall.), il contenuto del messaggio consiste nella menzione espressa del tipo di atto quale «notificazione» e la prova è costituita dalla RAC completa (Specifiche 16/4/2014, – art 17: <da ricevuta di avvenuta consegna è di tipo breve per le comunicazioni e di tipo completo per le notificazioni»).

2.4. Applicando, dunque, i riportati principi alla odierna fattispecie, va rilevato che la curatela ha dedotto e documentato (riproducendo, nel proprio controricorso, il contenuto della corrispondente attestazione di cancelleria), che, il NN/NN/AA, la cancelleria del Tribunale di Marsala aveva inviato il messaggio di posta

elettronica certificata de quo alla C. D. di R. D. C. all’indirizzo di posta elettronica dichiarato da quest’ultima e che tale messaggio era stato consegnato, come emerge dalla ricevuta rilasciata dal gestore di posta elettronica certificata (oltre ad essere pacifica la relativa circostanza, investendo, come si è già detto, la contestazione del ricorrente, non la ricezione del messaggio, bensì, la presenza, tra i suoi allegati, anche del ricorso di fallimento della H. S. I.  s.r.l.); nella stessa attestazione del cancelliere si è indicato che a detto messaggio risultavano allegati il suddetto ricorso di fallimento, il provvedimento di designazione del giudice relatore del NN/NN/AA ed il decreto di fissazione dell’udienza camerale prefallimentare del NN/NN/AA.

2.4.1. Posto, allora, che, come si è visto, l’ordinamento richiede la formazione della ricevuta di avvenuta consegna del messaggio telematico con espressa attestazione della notificazione eseguita e dei file allegati, deve ritenersi corretto l’assunto della corte palermitana secondo cui la suddetta attestazione di cancelleria fosse, in realtà, espressiva della ricevuta di avvenuta completa consegna degli atti contemplata dalla legge.

2.4.2. Infatti, come già sancito dalla recente Cass. n. 29732 del 2018, la disciplina normativa del processo telematico non consente la contestazione dell’avvenuta notificazione degli atti digitali una volta generata la ricevuta di consegna telematica nelle forme di legge, salva espressa deduzione di errore tecnici, riferibili al sistema informatizzato, ovvero una documentata contestazione della reale corrispondenza tra quanto indicato nella suddetta ricevuta e quanto realmente pervenuto al destinatario nella propria casella di posta elettronica certificata.

2.4.3. Nella odierna fattispecie, però, da un lato, il ricorrente non ha dedotto alcun errore tecnico del sistema telematico; dall’altro, si rivela inammissibile – quanto meno per inosservanza dell’onere ex art. 366, comma 1, n. 6, cod. proc. civ., di indicazione specifica degli atti e dei documenti su cui si fonda (fr., amp/ius, Cass. n. 23452 del 2017) – il suo assunto volto a sostenere la pretesa discordanza, sotto il profilo della loro incompletezza (per mancanza di quello contenente il ricorso di fallimento della H. S. I. s.r.l.), tra la tipologia di files attestati dal cancelliere del tribunale siciliano come allegati nel messaggio inviato tramite PEC e quelli ivi, a suo dire, rinvenuti, nemmeno avendo riprodotto il contenuto del file che, solo, assume essergli stato inviato dalla cancelleria del suddetto tribunale.

2.5. La carenza di un’adeguata dimostrazione della incompletezza/parziarietà dei/11es predetti, con conseguente conferma della ritualità, ritenuta dalla corte distrettuale, della instaurazione del contraddittorio, nei confronti della C. D. di R. D. C. , in ordine al ricorso per dichiarazione di fallimento presentato contro quest’ultima dalla H. S. I. s.r.l., rende, infine, evidentemente, priva di fondamento anche l’ulteriore censura del ricorrente di non aver avuto contezza del contenuto di quel ricorso e della volontà della sua creditrice di volersi avvalere delle risultanze della allegata visura protesti al fine di dimostrare la sussistenza del requisito di cui all’art. 15, ultimo comma,1.fall..

3. Alla declaratoria di manifesta infondatezza del ricorso segue la condanna di parte ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in dispositivo, in favore della sola curatela fallimentare controricorrente, altresì rilevandosi che sussistono i presupposti per l’applicazione dell’art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. n. 115 del 2002, inserito dalla legge n. 228 del 2012, art. 1, comma 17.

PER QUESTI MOTIVI

La Corte rigetta il ricorso, e condanna R. D. C. , nella indicata qualità, al pagamento delle spese di questo giudizio di legittimità sostenute dalla curatela controricorrente, liquidate in € 3.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15% , agli esborsi liquidati in € 100,00, ed agli accessori di legge.

Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater del d.P.R. n. 115 del 2002, inserito dall’art. 1, comma 17, della 1. n. 228 del 2012, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del medesimo ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, giusta il comma 1-bis dello stesso articolo 13.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sesta sezione civile della Corte Suprema di cassazione, il 12 marzo 2019.

Il Presidente

Dtt.ssa Rosa Maria Di Virgilio

Cass., sez. VI-L, ord. 5 aprile 2019 n. 9562 (Pres. Doronzo, rel. Esposito)

ATTENZIONE

L’attività redazionale di anonimizzazione e di pubblicazione in un formato accessibile dei testi dei provvedimenti richiede un impegno notevole. I provvedimenti sono pubblici e possono essere liberamente riprodotti: qualora vengano estrapolati dal presente sito, si prega di citare quale fonte www.processociviletelematico.it

Impugnazioni – Notifiche a mezzo PEC – Notifica dell’atto di appello – Notifica a difensore costituito in primo grado – Cessazione del rapporto di impiego del difensore (INPS) – Rinnovazione – Notifica a mezzo PEC all’INPS – Invio all’indirizzo risultante dal ReGIndE – Mancata indicazione – Inammissibilità

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SESTA SEZIONE CIVILE – L

 

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ADRIANA DORONZO – Presidente –

Dott. LUCIA ESPOSITO – Rel. Consigliere –

Dott. GIULIO FERNANDES – Consigliere –

Dott. PAOLA GHINOY – Consigliere –

Dott. LUIGI CAVALLARO – Consigliere –

Ha pronunciato la seguente

ORDINANZA

sul ricorso NN-AA proposto da:

C. F., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR presso la CASSAZIONE, rappresentato e difeso dagli avvocati O. L., P. S.;

– ricorrente –

contro

INPS – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, ***, presso l’AVVOCATURA CENTRALE DELL’ISTITUTO, rappresentato e difeso dagli avvocati A. C., V. T., V. S.;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1410/2016 della CORTE D’APPELLO di BARI,

depositata il 14/07/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non partecipata del 18/12/2018 dal Consigliere Relatore Dott. LUCIA ESPOSITO.

RILEVATO CHE

Il Tribunale di Bari accoglieva l’opposizione a decreto ingiuntivo proposta dall’Inps nei confronti di C. F.;

la Corte d’appello di Bari, adita a seguito di impugnazione del C., dopo aver disposto il rinnovo della notificazione dell’atto all’Inps presso la sede legale in Roma, a seguito dell’accertata notifica dell’atto d’impugnazione al difensore costituito per l’Istituto in primo grado che era cessato dal rapporto di impiego, dichiarava inammissibile l’impugnazione perché l’appellante aveva rinotificato l’atto presso la sede dell’Inps di Bari;

avverso la sentenza propone ricorso per cassazione C. F. con tre motivi;

l’Inps resiste con controricorso;

la proposta del relatore, ai sensi dell’art. 380 bis cod. proc. civ., è stata notificata alla parte costituita, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio;

CONSIDERATO CHE

Con il primo motivo il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 301 c.1 c.p.c., rilevando che la Corte d’appello avrebbe dovuto applicare quanto disposto nell’art. 301 c.p.c. e dichiarare il processo interrotto;

con il secondo motivo deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 85, 291 c. 1 e 330 c.p.c., specificamente: 1) in relazione all’art. 85 c.p.c., poiché l’ordinanza con cui era stata disposta la rinotifica doveva ritenersi viziata, non essendovi traccia della cancellazione dall’albo del difensore in primo grado 2) in relazione all’art. 330 c.p.c., poiché l’atto doveva essere ritenuto validamente notificato al domicilio eletto per il giudizio, e ciò sia in caso di persistenza che in caso di perdita dello ius postulandi 3) in relazione all’art. 291 c.p.c., poiché era stata effettuata validamente anche la rinotifica all’Inps di Roma a mezzo pec;

con il terzo motivo il ricorrente deduce violazione dell’art. 112 c.p.c., perché era stata omesso l’esame della domanda nel merito in ragione della pronunciata inammissibilità;

il primo motivo di ricorso è inammissibile, poiché ogni questione attinente alle condizioni che avrebbero legittimato l’interruzione del processo risultano superate in ragione della intervenuta concessione di nuovo termine per la notifica;

in ordine al secondo motivo, quanto ai profili sub 1 e 2, oltre a valere il rilievo esposto con riferimento al primo motivo, si evidenzia la carenza di specificità, in mancanza di adeguata allegazione e trascrizione in termini di autosufficienza, specificamente con riferimento alla documentazione da cui risulti l’asserita iscrizione all’albo del difensore costituito per l’Istituto nel giudizio di primo grado (Cass. n. 5478 del 07/03/2018);

in relazione al terzo profilo, va rilevata la carenza di specificità in relazione alla presunta valida notifica mediante PEC, poiché non è stato dedotto che l’indirizzo al quale è stata inviata la notifica sia quello risultante dal Registro Generale degli indirizzi elettronici (ReGindE), né è stata prodotta copia di detto registro (si veda Cass. n. 11574 del 11/05/2018: <In tema di notificazione a mezzo PEC, ai sensi del combinato disposto dell’art. 149 bis c.p.c. e dell’art. 16 ter del d.l. n. 179 del 2012, introdotto dalla legge di conversione n. 221 del 2012, l’indirizzo del destinatario al quale va trasmessa la copia informatica dell’atto è, per i soggetti i cui recapiti sono inseriti nel Registro generale degli indirizzi elettronici gestito dal Ministero della giustizia (Reginde), unicamente quello risultante da tale registro. Ne consegue, ai sensi dell’art. 160 c.p.c., la nullità della notifica eseguita presso un diverso indirizzo di posta elettronica certificata del destinatario>, conforme Cass. n. 13224 del 25/05/2018), ed inoltre non risulta dimostrata la tempestività della notifica rispetto al termine concesso, tanto più che la stessa risulta effettuata il giorno in cui si è tenuta l’udienza;

il terzo motivo resta assorbito a seguito della declaratoria di inammissibilità degli altri due, risultando confermata la decisione in rito della causa, in quanto tale preclusiva della decisione nel merito;

in base alle svolte argomentazioni il ricorso va dichiarato inammissibile, con liquidazione delle spese secondo soccombenza;

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in complessivi € 2.000,00, di cui € 200,00 per esborsi, oltre spese generali nella misura del 15 % e accessori di legge.

Ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater del D.P.R. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1 bis dello stesso articolo 13.

Così deciso in Roma il 18/12/2018

Il Presidente

Adriana Doronzo

Cass., sez. III, ord. 12 luglio 2018 n. 18324 (Pres. Scrima, rel. Rossetti)

ATTENZIONE

L’attività redazionale di anonimizzazione e di pubblicazione in un formato accessibile dei testi dei provvedimenti richiede un impegno notevole. I provvedimenti sono pubblici e possono essere liberamente riprodotti: qualora vengano estrapolati dal presente sito, si prega di citare quale fonte www.processociviletelematico.it

Notifica a mezzo PEC – Ricorso per cassazione – Scansione – Irrilevanza

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

TERZA SEZIONE CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ANTONIETTA SCRIMA – Presidente –

Dott. MARCO ROSSETTI – Rel. Consigliere –

Dott. GABRIELE POSITANO  – Consigliere –

Dott. STEFANO GIAIME GUIZZI – Consigliere –

Dott. SALVATORE SAIJA – Consigliere –

ha pronunciato la seguente

ORDINANZA

sul ricorso NN-AA proposto da:

Z. P. I. L. C. R. G. PER L’ITALIA, in persona del proprio legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, ***, presso lo studio dell’avvocato G. C., che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato L. L. giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

G. I. SPA I. D.. F. G. V. D. S., in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, ***, presso lo studio dell’avvocato M. V., rappresentata e difesa dagli avvocati G. M. R., L. R. giusta procura in calce al controricorso;

– controricorrente –

nonchè contro

L. L., T. P., A. F. T. SNC;

– intimati –

Nonché da:

L. L. , elettivamente domiciliato in ROMA, ***, presso lo studio dell’avvocato V. A. M., rappresentato e difeso dall’avvocato F. C. giusta procura in calce al controricorso e ricorso incidentale;

– ricorrente incidentale –

contro

Z. P. I. L. C. R. G. PER L’ITALIA, in persona del proprio legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, ***, presso lo studio dell’avvocato G. C., che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato L. L. giusta procura in calce al ricorso;

– controricorrente all’incidentale –

nonchè contro

A. G. SPA I. D.. F. G. V. D. S., A. F. T. SNC, T. P.;

– intimate –

avverso la sentenza n. 1867/2015 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA, depositata il 24/07/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 15/03/2018 dal Consigliere Dott. MARCO

ROSSETTI.

FATTI DI CAUSA

omissis

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Questione preliminare:

1.1. L. L. ha eccepito l’inammissibilità del ricorso principale.

Sostiene che l’inammissibilità deriverebbe dal fatto che il messaggio di posta elettronica certificata (PEC) notificatogli dalla società ricorrente conteneva in allegato un file in formato “*.pdf” (ovvero Portable Document Format) creato mediante la scansione della copia cartacea del ricorso.

Deduce che tale modalità non è consentita dalla legge, la quale impone che il file contenente l’atto da notificare sia in formato *.pdf “nativo”, ovvero realizzato mediante la conversione in tale formato di un file realizzato con un programma di videoscrittura.

Conclude osservando che tali norme hanno lo scopo di consentire al destinatario dell’atto di copiarne le parti desiderate “senza ricorrere a programmi di riconoscimento ottico dei caratteri”; che l’errore commesso dalla ricorrente impediva il raggiungimento di tale scopo; che pertanto l’atto doveva dichiararsi nullo. Cita, al riguardo, due precedenti in tal senso pronunciati nell’anno 2014 da due diversi uffici giudiziari di merito.

1.1. L’eccezione è manifestamente infondata.

A palesarne l’infondatezza basteranno due considerazioni:

– primo: l’intimato si è costituito e difeso, ed ha perciò sanato qualsiasi ipotetica nullità (ex multis, Sez. L, Sentenza n. 13857 del 18/06/2014, Rv. 631660 – 01);

– secondo: scopo della notificazione, in qualsiasi forma essa avvenga, è portare l’atto da notificare a conoscenza del destinatario, non certo consentire a quest’ultimo il “copia e incolla”. E’ la conoscibilità dell’atto notificato, non la sua “navigabilità” – come pretenderebbe il ricorrente, e il precedente di merito da esso invocato – a costituire il parametro in base al quale valutare il raggiungimento dello scopo (Sez. 5 – , Ordinanza n. 3805 del 16/02/2018, Rv. 647092 – 01).

omissis