Progetti di riforma del Codice di Procedura Civile e Matrice: una riflessione eccentrica nel segno del Nam-Shumb

di Andrea Stanchi
Avvocato in Milano, Componente dell’Organismo Congressuale Forense e della Commissione Informatica Dell’Unione Lombarda degli Ordini Forensi

“È assurdo impiegare gli uomini di intelligenza eccellente per fare calcoli che potrebbero essere affidati a chiunque se si usassero delle macchine.”

G.W. Liebnitz

 “There is clear evidence that points towards robotic automation in many cases being a complement for human labor, rather than a direct substitute. As more mundane tasks are automated, human effort becomes more valuable as it is focused on higherlevel tasks, creativity, knowhow and thinking”.

 David Whitaker, Managing Economist, Center for Economic and Business Research

 “Occupando e definendo quella scomoda posizione intermedium (dell’intersezione fra lo spazio computazionale e quello culturale) gli algoritmi e i loro collaboratori umani assumono nuovi ruoli culturali che uniscono ideologia e pratica, matematica pura e umanità impura, logica e desiderio” 

E. Finn, What algorithms want

 

1. In questo breve scritto cercherò di articolare e sviluppare ulteriormente alcuni concetti preannunciati in un precedente articolo (scritto per e pubblicato sulla rivista dell’Ordine degli Avvocati di Milano[1]).

Per fare ciò, e consentirne una piena comprensione al lettore, occorre recuperare alcuni dei concetti già espressi.

Si tratta di concetti che forse dovrebbero farci riflettere come giuristi e come comunicatori di diritto nel momento di cambio del paradigma infrastrutturale e per tale ragione convincerci dell’opportunità di non precipitarci a cambiare regole strutturali, come quelle processuali, senza avere ben compreso l’effetto su di esse, sulle norme in sé e sulla loro funzione, del cambio del paradigma tecnologico[2].

Riprendendo rapidamente alcuni concetti, per poi progredire, possiamo asserire che la legge ed il processo per attuarla sono -ridotte all’osso– informazioni precettive.

Come tali vivono di un sistema strutturale costruito sul medium che è stato per secoli perfezionato per tale funzione[3].

Sono pensate, costruite e applicate attraverso logiche e strumenti pensati e costruiti per la funzionalità del medium di diffusione dell’informazione.

Poiché è la diffusione e l’applicazione che ne preserva il potere precettivo.

Norma e processo, quali oggi sono, fondano il proprio essere sul medium che li ha resi strumenti efficienti per la loro funzione.

Acquistano la loro forza espansiva e regolatrice attraverso la “scrittura” e la sua logica, come primo medium, la “stampa” poi, che li trasmette, e infine la “carta” che li consolida. Per essa sono pensati e su di essa costruiti [4].

Gli strumenti che costruiamo perseguono una funzione che noi gli diamo, ma a loro volta ci modificano (condizionando la nostra visione ed azione).

Quest’effetto è tipico delle tecnologie della comunicazione e di quella digitale in particolare[5].

2. Il processo è costituito da regole formali, in cui la forma diviene sostanza perché è pensato per svolgere la sua funzione -in definitiva- attraverso la carta.[6]

La forma, tipica del medium cartaceo, delinea il processo (e lo sopraffà, com’è dimostrato da 45 anni di applicazione che hanno ricondotto anche lo snello processo del lavoro al dominio della carta, tant’è che un legislatore “rivolto all’indietro” ha pensato di dovere introdurre un rito ulteriormente destrutturato per sveltire “il ruolo”; tentativo fallimentare che ora deve essere smantellato).

Nel mondo del medium carta, come ben compreso dagli originali legislatori del processo, e nel rito che su di essa si fonda, la forma è sostanza[7].

La ritualità della forma concreta la sostanza del confronto, della “lotta” tra le differenti posizioni fondate su norme civilistiche (quindi della parte e per la parte). Per tale ragione è regolata dall’impulso di parte e per tale ragione i poteri autonomi di intervento impulsivo del giudice sono “eccezionali”.

Quando un legislatore “volenteroso” anche di modernità ha pensato al processo civile telematico non si è interrogato sulla funzione del medium e sulla rivoluzione informativa che ciò avrebbe comportato. Ha agito analogicamente, in conformità alla sua prospettiva ed al suo condizionamento dal medium allora utilizzato, informatizzando un processo cartaceo, cercando di riprodurne le caratteristiche e i vincoli (la pec è stata una scelta, necessitata nel progetto, cosiccome lo è stato l’approdo al Portable Document Format, ma né l’una né l’altra sono state futuristiche scelte digitali), e provocando il disfacimento “tecnico-processuale” che si sta realizzando.

La nutrita giurisprudenza che si sta formando sul telematico si spiega considerando che la ragione ne è che il nuovo medium, più “informativo” del precedente, sta prendendo il sopravvento sulla regola processuale.

La tecnica crea regole autonome che, essendo strutturali, condizionano il processo “sostanziale” (nell’accezione sopra illustrata)[8]. Una nuova forma prevarica la sostanza e la condiziona.

3. Se così è, se la prospettiva “informazionale” di analisi del problema è corretta per i giuristi come lo è stata per il resto del mondo[9] che sulla comunicazione si fonda, occorre che ragioniamo sul medium imperante e sulla sua natura per comprenderla a fondo e poterne sfruttare le caratteristiche, piuttosto che continuare ossessivamente a cambiare la regola “sostanziale” per poi scoprire di avere fatto scelte sbagliate: tali scelte sono sbagliate perché procediamo guardando all’indietro[10].

Una analisi corretta forse dovrebbe partire dalla riflessione che nel mondo dell’informazionalismo, la tecnica digitale ha destrutturato l’informazione traducendola in un linguaggio comune, che raccoglie l’essenza stessa dell’informazione, a prescindere dove essa sia codificata (idee, materia, e persino materia vivente con le stampanti 3d di materiale biologico vivente)[11].

L’essenza dell’informazione non è più neppure il software, ma è il dato[12]. E la caratteristica del dato nel medium è che esso fornisce informazione sull’informazione. Caratteristica che mai prima d’ora il medium carta aveva potuto fornire[13]

Se ciò è vero, il processo civile come strumento va ripensato a partire da questa essenziale verità e va costruito su di essa.

Se il dato è l’essenza dell’informazione e può essere ricostruito nelle forme utili alla sua funzione e comprensione per produrre la sostanza a cui è finalizzato, anche la forma va cambiata: perché essa in quanto tale è diventata irrilevante in ragione del tipo di medium utilizzato.

La forma è irrilevante in un medium che per sua natura può consentire la fruizione dell’informazione secondo la prospettiva e la modalità più utile al ricettore di essa.

La natura del dato e del medium che lo veicola cambia completamente la funzione della regola processuale, che dalla tecnica è -consapevole o meno che ne sia il legislatore- modificata.

4. Partendo da questa prospettiva possiamo ulteriormente introdurre alcuni concetti, solo dopo aver fissato alcune constatazioni confermative.

Nessuna delle riforme che hanno pensato di efficientare il processo sulla base di modifiche di modello hanno raggiunto il risultato.

Emblematico è il processo del lavoro: esso nasce lean, per così dire, già nel ’73 (preclusioni rigorose derivanti dagli atti introduttivi, tendenzialmente un’udienza istruttoria concentrata, poteri istruttori integrativi del giudice, oralità, esecutività).

Vive veloce pochi anni e poi si “civilizza”, viene assorbito dal medium carta, si cartolarizza in modo da perdere la natura originaria e con essa la struttura lean.

E’ la prassi che lo modifica.

Perché non lo sono invece i contenuti delle questioni, che sono molto più complessi all’inizio di quanto lo siano oggi, quando la gran parte dei concetti sono chiariti e consolidati[14].

Tanto che nel 2012 si arriva a dovere ipotizzare un altro modello processuale per le cause urgenti (licenziamenti): il c.d. rito Fornero.

Destrutturato, semplificato, ristretto a temi specifici, in sintesi precarizzato potremmo dire usando un termine connaturato al mondo del lavoro.

E’ un fallimento assoluto, tant’è che tutto il mondo degli operatori ne invoca a gran voce l’abrogazione[15].

La domanda da farsi allora è: perché ogni riforma normativa intesa all’efficientamento, anche attraverso la semplificazione spinta, non sortisce risultati?

Per rispondere occorre fare un salto logico indietro e approdare sul piano delle finalità delle riforme.

Le riforme del processo degli ultimi anni sono state ispirate -in estrema sintesi- dalle reprimende che l’Italia ha ricevuto per la lentezza nella soluzione delle controversie (dal FMI e dalla Banca Mondiale, ripetutamente[16]).

La finalità dunque è quella dell’efficientamento per arrivare ad una decisione più rapidamente, perché questo ha un valore per il sistema economico del paese.

Se la finalità è (sempre stata) questa e se le riforme dei riti processuali (quello lavoristico ne è l’emblema) non l’hanno mai raggiunta, significa che l’analisi della soluzione è sbagliata.

5. Adottiamo allora per una volta una prospettiva “eccentrica” fondata sulle premesse “mediatiche” svolte.

La funzione, normativa e costituzionale, del processo è consentire al giudice di raggiungere una decisione che allochi un “bene della vita” (nella prospettiva Chiovendiana) secondo diritto.

Il rito cioè sublima lo scontro tra diritti concretizzatosi nella lite, avendo come scopo l’allocazione rituale di un “bene” conteso.

Il rito non ha la funzione, invece, di disciplinare il processo come flusso di decisioni.

Perché il processo -inteso organizzativamente e logisticamente- in sé è un decisionificio: non cesserà mai di produrre liti che produrranno decisioni e saranno seguite da altre liti.

Il giudice avrà sempre sul tavolo altre liti ogni mattina. Ma proprio per questo non necessariamente va onerato della responsabilità della celerità e della logistica del flusso.

Questo spiega perchè -altrimenti- la prassi applicativa (quella stessa che ha portato ad esempio corti d’appello efficienti, come è stata quella di lavoro di Milano, a relativizzare la discussione orale, in sé principio cardine di concentrazione, sino a renderla passaggio formale sostituita dallo scritto) avrà sempre il sopravvento e che accentrare nel giudice maggiori poteri (secondo le evidenti scelte dei legislatori di onerarli della celerità) per ridurre il ruolo delle parti processuali (inteso, nell’accezione sottesa a questo orientamento, come “interferenza” alla celerità) non porterà mai all’esito voluto (oltre ad essere in palese violazione dei principi costituzionali[17]).

Perché in definitiva è la prospettiva di analisi ad essere errata.

Se il processo -inteso organizzativamente e logisticamente- è un flusso di singole decisioni successive, per migliorarne l’efficienza non si deve intervenire sulla disciplina del singolo confronto tra le parti (che adempie ad un’esigenza costituzionale della tutela del diritto dei consociati), ma è la dinamica del flusso del processo (e delle relative informazioni) che va regolata (cioè regolando il diritto, questo si collettivo della Società italiana, ad avere un sistema processuale che arrivi rapidamente alla conclusione, ma non a scapito della tutela del singolo).

In questa impostazione concettualmente ed operativamente dualistica si deve intervenire sull’infrastruttura, secondo il paradigma informazionale che è coerente con il tempo.

Va dissociata la regolamentazione della funzione disciplinatrice dello “scontro” tra i diritti dalla regolamentazione della disciplina tecnica (tecnologica) che gestisce il flusso.

6. Questa idea in nuce esiste nell’attuale PCT. Solo che l’attuale PCT -come anticipato- solleva molteplici problemi.

Dei quali i due fondamentali sono logici: non è pensato “in digitale” ma in analogico e poi telematizzato (errore fondamentale di prospettiva, poiché non sfrutta le qualità del medium digitale[18]); telematizza il rito, aggiungendo (secondo la natura propria di ogni sistema telematico) i problemi tecnici a quelli processuali e di fatto modificando il rito (che è vincolato dalla tecnica, la quale trasforma la regola tecnica in regola processuale extracodicistica, così modificando quella codicistica[19]).

Questo secondo problema introduce (e genera) una ulteriore complessità propria dei sistemi informatici: una volta che il processo è informatizzato (datificato) non è più possibile modificare la realtà operativa (in questo caso del processo) senza modificare la sua versione digitale: l’una è condizione dell’altra[20].

7. Ammettendo che questa analisi sia corretta, allora occorre operare secondo una prospettiva diversa. Non riforme del rito (come invocano a gran voce dottrina e pratica), ma riflessione sulla infrastruttura secondo il nuovo paradigma che il medium consente alla “norma legale”: di passare dalla carta al digitale e quindi a nuove caratteristiche intrinseche dell’oggetto in cui la regola si concretizza.

Occorre che ripensiamo al sistema culturale improntato sul logos, inteso come sistema sottostante fatto di ordine e di ragione su cui è costruita la regola processuale, e applichiamo/sfruttiamo le caratteristiche del medium digitale[21] in modo consono a dispiegare le qualità computazionali che gli sono proprie, producendo una nuova cultura processual-legale nello stesso momento in cui produce oggetti logici, procedure, ambienti[22].

In questa prospettiva si può distinguere la regolamentazione del processo come flusso funzionale al decisionificio (cioè quello che secondo il FMI va efficientato), dalla regolamentazione del conflitto tra i diritti funzionale alla decisione del giudice per l’allocazione di un bene della vita (cioè quello che caratterizza la funzione giudicante e la costituzionalità della difesa nel processo).

8. Il processo come flusso può e deve sfruttare le potenzialità del paradigma tecnologico attuale (potremmo dire che si tratta di un evoluzione ineluttabile, in quanto sublimazione naturale del processo cognitivo sotteso alla cultura procedurale legale e quindi coerente con il destino dello sviluppo dei processi cognitivi determinato dall’informazionalismo: il sistema mediumtico-culturale che concreta l’idea in oggetto assorbe -e modifica[23]– ogni processo cognitivo naturalmente[24]).

Il punto di partenza di una riforma, in questo senso, dovrebbe essere la modifica e reingegnerizzazione della infrastruttura tecnica del processo come flusso.

Del resto il processo è innanzitutto un flusso di informazioni funzionale ad un risultato e, come rileva Harvey[25], “perché mai magistrati ed avvocati dovrebbero essere resistenti ad evitare cambiamenti del modo in cui vengono fornite le informazioni o l’impatto delle qualità che sono alla base delle nuove tecnologie di comunicazione? Dopotutto entrambi elaborano semplicemente le informazioni in un modo particolare”.

Non più PCT, non più pec, non più pdf e conseguenti limiti, ma applicazione coerente delle potenzialità del sistema digitale.

Per citare alcune delle qualità che, coerentemente, identifica Harvey (nella logica dell’analisi della citata E. Eisenstein):

  • Delinearizzazione delle informazioni (es. l’ipertestualità: conseguente delocalizzazione delle informazioni e quindi possibili Internet Archive; utilizzabilità dei Persistent Uniform Resource Locator per l’identificazione stabile dei reindirizzamenti HTTP; Archivi URL Legali; incorporazione di dati in diverso formato tipo video, audio, animazioni, diagrammi ecc.);
  • Dinamicità e persistenza dell’informazione (intesa nella sua plasticità derivante dal formato del dato e della sua idoneità a permanere nella rete);
  • Partecipabilità ed interattività (ad es. per estensione dell’ambito soggettivo processuale);
  • Democratizzazione della diffusione dell’informazione (si pensi alla -ormai inaccettabilmente ritardata- diffusione sociale dell’informazione giuridica costituita dai precedenti giurisprudenziali);
  • Non coerenza dell’informazione (codificabilità dell’equivalenza funzionale flessibile: l’originale è sempre anche la copia nei sistemi digitali);
  • Disponibilità dell’informazione;
  • Ricercabilità e computabilità dell’informazione (il che implica anche la potenzialità della mediumzione culturale degli algoritmi tra la materialità forensics e la materialità formale del dato).

Il che significa che è possibile distinguere tra controversie per così dire “chatbottizzabili” e controversie in cui il rito deve essere pieno.

Il tutto in perfetto rispetto dei diritti costituzionali attuali.

 “Una decisione quale che sia, purchè in fretta”, cioè il mantra dei recenti legislatori non ha prodotto buoni risultati ed è una confusione di prospettive.

Il punto cruciale (che la tecnologia consente) torna ad essere l’accessibilità della giustizia[26].

Una accessibilità che deve tenere conto della natura immanente della tecnologia digitale e della sua “ontologica” esistenza.

Una volta compreso che -in ragione delle caratteristiche della tecnologia- possono essere tradotti in digitale tutti i presupposti fattuali e normativi del possibile ragionamento cognitivo implicato dal processo (la qualità della delinearizzazione dell’informazione citata da Harvey e sopra ricordata), diviene intuitivo comprendere che il medium cambia completamente la potenzialità di strutturazione del rito processuale. Il quale va ripensato, ma avendo in mente questa potenzialità.

Lo storico delle decisioni giudiziali diviene così il “big data” (qualità della democratizzazione, della Ricercabilità e computabilità, oltrecchè della Disponibilità  dell’informazione, sopra citate) su cui si muove l’interpretazione che può dialogare con la legge attivamente[27], ma al contempo aiutare il giudice nella sua funzione di accertamento (nel medio periodo attraverso la macchina culturale consentita dagli algoritmi[28]).

Per sfruttare queste potenzialità tecniche occorre però che sia ripensata anche la logica degli atti introduttivi/difensivi delle liti.

Essi devono essere strutturati nel sistema (difficile quindi ipotizzare una sopravvivenza dell’atto di citazione; in questa logica non si può che essere favorevoli alla tecnica del ricorso, che consente l’immediata acquisizione a sistema) e, paradossalmente, senza vincoli di forma, perché è il sistema che riassembla la forma secondo il suo schema.

Il che significa che la regola tecnica rituale può essere racchiusa nel software.

E’ la regola tecnica che diviene regola normativa del rito.

Deduzioni narrative, allegazioni di registrazioni, oppure di video o persino oggetti/ambienti (tradotti in 3d) oggi sono solo codici digitali e quindi paradossalmente tutti introducibili nell’atto introduttivo/difensivo processuale.

Possono esistere nel processo ontologicamente.

Magari sfruttando la qualità (secondo l’analisi di Harvey sopra citato) della delinearizzazione, dinamicità  e persistenza dell’informazione), attraverso gli Internet Archive o Legal URI e Archive (con utilizzazione dei PURL)[29], in cui l’informazione probatoria di parte può essere depositata, mantenuta accessibile ai legittimati (giudice e controparte e relativi sistemi SW) e residente (con certificazione tecnica di equivalenza funzionale e immodificabilità) sotto la responsabilità dell’avvocato di parte (e sorveglianza degli Ordini di appartenenza).

Analogamente per le argomentazioni giuridiche difensive (quelle che definiamo “tecniche”: precedenti giurisprudenziali, elaborazioni dottrinali, analisi tecniche, ecc.): sarebbe ipotizzabile includerne i rinvii a Legal URL, Internet Archive sfruttando appunto la ipertestualità dell’informazione senza dover per ciò dilungarsi nel ripeterle.

9. Non si tratta di “ipotesi fantascientifiche”. Tutte queste sono già realizzabili, senza dover parlare di algoritmi (peraltro esistenti ed adattabili) che svolgano funzioni di realtà aumentata.

Occorre solo analizzare correttamente il problema “processo” e che avvocati, magistrati e Stato cooperino, ognuno facendo la sua parte.

Delle decisioni robotiche[30], dei contenuti possibili di accessibilità alla giustizia, del ruolo che in un sistema originariamente digitale possono avere algoritmi (induttivi e/o deduttivi) ed intelligenza aumentata (sulla funzione giudiziaria e sulla educazione legale dei cittadini, nonché sulla implementazione della funzione “normativa attiva”, di e-government), nonché dei riflessi di essi sul modello delle tutela dei diritti costituzionalmente (ed europeisticamente) orientato parleremo in altra occasione, quando magari potremo descrivere concretamente modelli operanti su una Nuova Infrastruttura.

 

[1] https://www.ordineavvocatimilano.it/upload/file/Pubblicazioni/2018-2019_unico/RIVISTA_CONSIGLIO_2018-2019.pdf

[2] J. Martire: A Foucauldian Interpretation of Modern Law: From Sovereignty to Normalisation and Beyond (University of Bristol Scholl of Law 2018).

[3] D.Harvey, Collision in the digital paradigm, Londra, 2017, spec. 373.

[4] Elizabeth Eisenstein: The Printing Press as an Agent of Change  (Cambridge University Press, Cambridge, 1979) volume 1, 1980 edition; Elizabeth EisensteinThe Printing Revolution in Early Modern Europe (Cambridge University Press (Canto), Cambridge, 1993).

[5] Byung Chul Han, Nello Sciame, visioni del digitale, Nottetempo 2015.

[6] D. Harvey: Collisions in the Digital Paradigm Law and Rule Making in the Internet Age, Hart Publishing, cfr. part. II e part. VIII, 2017.

[7] L’eco Crociano del resto è giustificato dal tempo in cui la forma processuale è nata.

[8] Severino ammoniva cosiccome ammonivano Foucault, Pierce e, pur in diversa prospettiva, Spengler e, nella capacità di modificare l’interpretazione, Wittgenstein. Cfr. Severino, Il destino della tecnica, Bur, 2011.

[9] M. Castells: L’età dell’informazione, Bocconi editore, 2003.

[10] McAfee e Brynjolfsson: La nuova rivoluzione della macchine, Universale Economica Feltrinelli, 2017, che (per sintetizzare il ragionamento complesso e denso di dati che fanno) ben spiegano -analizzando le rivoluzioni industriali- che non è il cambio di paradigma tecnologico in sé che consente l’innovazione sociale ma la comprensione della migliore organizzazione funzionale alle caratteristiche di essa a determinare il progresso.

[11] I. Giuffrida, F.Lederer, N. Vermeys, A legal perspective on Trials and Tribulations of AI: how AI, the Interenet of Things, Smart contracts and other technologies will affect the Law. Case Western Reserve law Review, 2018, 747 e sgg..

[12] Hidalgo:  L’evoluzione dell’ordine, Bollati Boringheri 2016. Cfr. anche Kaplan, Le persone non servono, Luiss University Press, 2016.

[13] Cfr. Harvey, op. loc. cit..

[14] Al punto tale da riportare alla tradizione ogni tentativo di cambiarli: basi pensare all’interpretazione su licenziamento e reintegrazione che si è affermata oggi anche dopo che il Jobs Act, come già aveva provato a fare la Fornero, mirava a superarla.

[15] Sulla problematicità anche costituzionale nel sistema di filtri e riti abbreviati cfr. M. Luciani, nelle sue riflessioni preliminari in La decisione Giudiziaria Robotica, Nuovo Diritto Civile, 2018, 4.

[16] G.Esposito e S.Lanau S.Pompe, Judicial System Reform in Italy – A Key to Growth, , https://www.imf.org/en/Publications/WP/Issues/2016/12/31/Judicial-System-Reform-in-Italy-A-Key-to-Growth-41313

[17] Anche qui si consenta il richiamo a Luciani, op. loc. cit., per  le problematiche sistematiche che ne possono derivare.

[18] Cfr. Harvey, op. loc. cit..

[19] E.Finn, What Algoritms want, MIT Cambridge 2017, 570

[20] W. Chun, Programmed Visions, 2011, 2; E. Sadin, La Vie Algorithmique, Paris, 2015, 59 sgg.

[21] Del resto Platone stesso nel Fedro riconosce la scrittura come una tecnologia modificativa culturalmente del sistema orale 274b-275e

[22] E. Finn. Op. cit. 394 sgg.

[23] Cfr. l’idea di nam-shub applicata alla tecnologia del linguaggio prima e digitale come parallelo in Goonan, in Clark, Hayles e in Carr, come ricorda Finn, op. cit. 443, ove citazioni.

[24] Y.N.Harari, Homo Deus, Milano, 2017.

[25] Harvey, op. cit., 9.

[26] Cfr. le osservazioni di N. Byrom Developing the detail: Evaluating the impact of Court Reform in England and Wales o Access to Justice”, 2019, The Legal Education Foundation, 14 e sgg.

[27] Cfr. anche  E. Francesconi, On the Future of Legal Publishing Services in the SemanticWeb,   https://www.mdpi.com/1999-5903/10/6/48.

[28] Finn. Op. cit. 486 sgg.

[29] Cfr. E. Francesconi, Op. Loc. Cit.

[30] Il pregevolissimo lavoro di riflessione di Massimo Luciani, op. cit., punto più alto della riflessione giuridica italiana sul punto,  sconta (dichiaratamente) la conoscenza e l’esperienza tecnica: l’operazione culturale dell’evoluzione giuridica nel mondo regolato dal paradigma dell’informazionalismo -per sua natura globalizzante l’esperienza cognitiva- non può prescindere dalla multiculturalità dell’approccio e dalla partecipazione dei tecnici. Con l’avvertenza che, trattandosi di un processo culturale, tecnici e giuristi (e filosofi e sociologi ed economisti) non possono pensare di avere autonomi monopoli conoscitivi: la natura unificante della Matrice impone la condivisione delle competenze, se si vuole ipotizzare di governarne minimamente consapevolmente l’evoluzione: per parafrasare N. Taleb, occorre che si cessi di parlare dall’alto delle pretese competenze e si Rischi Grosso, affidando all’umiltà il compito di dirigere la ricerca intellettuale in un nuovo mondo cognitivo.

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