PAT: via a Telegram per la chiamata in udienza con un messaggio sullo smartphone

Da giovedì 6 giugno p.v. la VI sezione del Consiglio di Stato sperimenterà il progetto “in udienza con un messaggio”.
Tale sperimentazione, che coinvolgerà progressivamente le altre sezioni giurisdizionali del Consiglio di Stato e poi quelle dei TAR, permetterà ai professionisti di essere informati sullo stato dell’udienza (per es. sul numero di chiamata in corso) attraverso il canale Telegram “CDS_Sezione_Sesta”.
Si tratta di un’applicazione di messaggistica istantanea analoga ad altre presenti sul mercato (tra cui ad esempio WhatsApp).

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PPT: nel procedimento per la convalida del DASPO la memoria difensiva può essere trasmessa a mezzo pec

La Corte di Cassazione, sez. III Penale, con la sentenza del 30 aprile 2019, n. 17844 ha ritenuto validamente trasmessa la memoria difensiva inoltrata dal ricorrente a mezzo posta elettronica certificata.
Nel caso di specie il GIP aveva convalidato il DASPO non considerando tale memoria, nonostante fosse stata trasmessa entro il termine di 48 ore dalla notifica del provvedimento comminato dal Questore, in quanto  “non è pervenuta a questo Giudice alcuna deduzione difensiva da parte dell’interessato” in quanto la memoria è “pervenuta all’attenzione di
questo giudice in data 23.7.2018 allorché era già decorso il termine per provvedere avendo il difensore depositato memoria via pec in giorno festivo in assenza di personale di cancelleria addetto alla ricezione atti esterni”
.
La Corte, dopo una ricostruzione della fattispecie, evidenzia come la normativa non preveda che gli atti debbano essere depositati materialmente in cancelleria e pertanto, pur riconoscendo l’esistenza di contrasti in giurisprudenza, ritiene di dar seguito al principio secondo il quale, data l’estrema ristrettezza dei termini previsti per gli adempimenti, per “garantire il regolare esercizio del diritto di difesa” è ammissibile “l’utilizzo del mezzo di trasmissione, peraltro di sicura affidabilità quanto alla provenienza ed alla intervenuta ricezione, costituito dalla posta elettronica certificata”.

La Cassazione torna sul domicilio digitale: nulla la notifica in cancelleria se c’è l’indicazione della PEC

La Corte di Cassazione, sez. I Civile, con la sentenza del 10 aprile 2019, n. 10102, ha dichiarato nulla la notifica effettuata presso la cancelleria della Corte e non all’indirizzo PEC indicato dal difensore del ricorrente, in quanto tale indicazione implicava la necessità della notifica a mezzo posta elettronica certificata.
La Corte conferma il principio enunciato nel 2012 dalle SS.UU., precisamente con la sentenza n. 10143/2012, che aveva affermato che “a partire dalla data di entrata in vigore delle modifiche degli artt. 125 e 366 cod. proc. civ., apportate dalla L. 12 novembre 2011, n. 183, art. 25, esigenze di coerenza sistematica e d’interpretazione costituzionalmente orientata inducono a ritenere che la domiciliazione ex lege presso la cancelleria dell’autorità giudiziaria, innanzi alla quale è in corso il giudizio, ai sensi del R.D. n. 37 del 1934, art. 82, consegue soltanto ove il difensore, non adempiendo all’obbligo prescritto dall’art. 125 cod. proc. civ. per gli atti di parte e dall’art. 366 cod. proc. civ. specificamente per il giudizio di cassazione, non abbia indicato l’indirizzo di posta elettronica certificata comunicato al proprio ordine”.
Data la nullità della notifica il controricorso viene dichiarato inammissibile, con condanna del controricorrente alla refusione delle spese di lite.

Cassazione: l’avvocato è responsabile della gestione della propria casella pec

La Corte di Cassazione, sez. Lavoro, con la sentenza del 20 maggio 2019, n. 13532, ribadisce il principio secondo il quale “con specifico riferimento alla ipotesi di saturazione della casella PEC, è stato escluso che tale saturazione configuri un impedimento non imputabile al difensore al fine di legittimare la richiesta di rimessione in termini per la notifica di un atto”.

Nel caso di specie la comunicazione a mezzo pec dell’ordinanza dichiarativa della legittimità del licenziamento non era pervenuta al difensore, appunto a causa della “casella piena”; la cancelleria aveva quindi eseguito la comunicazione effettuandone il deposito in cancelleria, ai sensi dell’art. 16 co. 6 , d.l. 18 ottobre 2012, n. 179 (conv. L. 17 dicembre 2012, n. 221). Il ricorrente aveva poi presentato tardivamente l’opposizione a tale ordinanza e il giudice del reclamo l’aveva dichiarata, proprio per tale motivo, inammissibile. Nel ricorso per cassazione deduce il mancato censimento, nell’anagrafica del fascicolo, dell’avvocato co-difensore per “una scelta del tutto arbitraria dell’ufficio di cancelleria” e che “costituiva obbligo dell’ufficio di cancelleria, stante la impossibilità di effettuare la comunicazione a mezzo PEC, ricercare metodi di notifica alternativi inviando la comunicazione anche all’altro procuratore domiciliatario munito di PEC”.

La Corte, dopo una disamina normativa e giurisprudenziale, conferma, quindi, la declaratoria di inammissibilità per tardività dell’opposizione in quanto il deposito in cancelleria del provvedimento giurisdizionale è idoneo “a determinare il decorso del termine per la proposizione dell’opposizione” e riafferma quanto già enunciato dalla stessa sezione con la sentenza del 2 luglio 2014, n. 15070:  “l’avvocato, che abbia effettuato la comunicazione del proprio indirizzo di PEC al Ministero della Giustizia per il tramite del Consiglio dell’Ordine di appartenenza, diventa responsabile della gestione della propria utenza, nel senso che ha l’onere di procedere alla periodica verifica delle comunicazioni regolarmente inviategli dalla cancelleria a tale indirizzo, indicato negli atti processuali, non potendo far valere la circostanza della mancata apertura della posta per ottenere la concessione di nuovi termini per compiere attività processuali”.

Cassazione penale: la notifica ad un indirizzo errato determina la nullità derivata di tutti gli atti successivi

La Corte di Cassazione, sez. II Penale, con la sentenza depositata l’11 marzo 2019, n. 10609, accoglie il ricorso, annullando quindi la sentenza impugnata, per omessa notifica dell’atto di citazione in appello.

La notificazione, effettuata a mezzo posta elettronica certificata, era stata eseguita a un indirizzo pec differente rispetto a quello di cui era titolare il difensore dell’imputato, per la presenza di un segno di interpunzione in più.

La Corte rileva che il difensore “non risulta essere stato avvisato della fissazione dell’udienza in grado di appello” proprio a causa della notifica all’indirizzo errato, e che questo determina “la nullità derivata di tutti gli atti successivi”.