Intelligenza artificiale, approvati i decreti attuativi: cosa cambia per professionisti, imprese e cittadini

di Elisabetta Zimbè Zaire – Avvocato in Busto Arsizio

L’intelligenza artificiale non è più una prospettiva futura né una tecnologia confinata ai laboratori di ricerca. È già entrata negli studi professionali, nelle imprese, nelle pubbliche amministrazioni e, sempre più spesso, nei processi decisionali che incidono sulla vita quotidiana delle persone. Proprio per questo il Governo ha deciso di compiere un passo destinato a segnare un momento importante nel rapporto tra innovazione tecnologica e tutela dei diritti.

Il Consiglio dei Ministri del 10 giugno 2026 ha approvato, in esame preliminare, i due decreti legislativi destinati ad attuare la Legge n. 132/2025 e a completare il processo di integrazione dell’ordinamento italiano con il Regolamento (UE) 2024/1689, il cosiddetto AI Act. La scadenza per l’esercizio della delega legislativa è fissata al 10 ottobre 2026

Non si tratta di un semplice intervento tecnico. Per la prima volta il legislatore italiano delinea un quadro normativo nazionale organico dedicato all’intelligenza artificiale, individuando regole, responsabilità e limiti destinati a incidere concretamente sull’attività di imprese, professionisti, pubbliche amministrazioni e forze dell’ordine.

La parola chiave che attraversa l’intera riforma è una: centralità della persona. L’impianto normativo si fonda sul principio antropocentrico, secondo cui l’intelligenza artificiale può supportare l’attività umana, migliorare processi e agevolare decisioni, ma non può sostituire la responsabilità, il discernimento e la capacità decisionale della persona. Dietro ogni algoritmo deve continuare a esserci un soggetto responsabile e dietro ogni decisione che incide sui diritti fondamentali deve permanere una valutazione umana effettiva.

Il sistema di classificazione del rischio: la bussola dell’intera riforma

Per comprendere la portata dei decreti è necessario tenere presente la struttura portante dell’AI Act europeo, che classifica i sistemi di intelligenza artificiale in base al livello di rischio che presentano per i diritti fondamentali e la sicurezza delle persone. I sistemi a rischio inaccettabile — come quelli di manipolazione subliminale o di classificazione sociale da parte di autorità pubbliche — sono vietati. I sistemi ad alto rischio — impiegati in settori critici quali la giustizia, la gestione delle frontiere, l’occupazione, l’istruzione e le infrastrutture essenziali — sono soggetti a obblighi stringenti di trasparenza, supervisione umana e certificazione. I sistemi a rischio limitato o minimo beneficiano di un regime più leggero, fondato principalmente su obblighi informativi. È su questa architettura a livelli che si innestano le scelte normative nazionali: le regole più severe, le responsabilità più gravose e i controlli più penetranti si concentrano sui sistemi ad alto rischio, mentre l’innovazione nei settori a basso impatto resta libera da oneri sproporzionati.

Chi controllerà l’intelligenza artificiale in Italia

Uno dei primi problemi affrontati dal legislatore riguarda la governance del fenomeno. Chi vigilerà sul rispetto delle regole? Chi controllerà i sistemi di intelligenza artificiale più avanzati? Chi rappresenterà l’Italia nei rapporti con le istituzioni europee?

La risposta passa attraverso una distribuzione di competenze che vede protagoniste due autorità già centrali nel processo di trasformazione digitale del Paese. L’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID) assumerà il ruolo di autorità di notifica, mentre l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN) diventerà l’autorità di vigilanza del mercato e il punto di contatto unico con l’Unione Europea.

Accanto a queste continueranno a operare le autorità di settore. Banca d’Italia, Consob e IVASS manterranno le proprie competenze nel comparto finanziario e assicurativo, mentre il Garante per la protezione dei dati personali svolgerà un ruolo centrale con riferimento ai sistemi di intelligenza artificiale ad alto rischio utilizzati in ambiti particolarmente delicati: l’utilizzo di dati biometrici, le attività di contrasto ai reati, la gestione delle frontiere e l’amministrazione della giustizia. L’obiettivo è costruire un sistema di vigilanza coordinato, capace di accompagnare lo sviluppo tecnologico senza sacrificare la tutela dei diritti fondamentali.

La formazione come pilastro della strategia nazionale

La vera sfida dell’intelligenza artificiale non è soltanto tecnologica, ma soprattutto culturale. Nessuna regolamentazione potrà essere realmente efficace se cittadini, lavoratori e professionisti non saranno in grado di comprendere il funzionamento degli strumenti che utilizzano ogni giorno. Per questo motivo la formazione occupa una posizione centrale nell’intera strategia nazionale.

L’intelligenza artificiale entrerà stabilmente nei percorsi scolastici attraverso il rafforzamento delle competenze STEAM, l’inserimento di specifici contenuti nei programmi educativi e l’integrazione di moduli dedicati all’uso consapevole delle nuove tecnologie. A sostegno di questa strategia il Governo ha previsto uno stanziamento di 100 milioni di euro destinato alla formazione dei docenti, anche con l’obiettivo di contrastare i rischi connessi all’abuso delle piattaforme digitali e all’utilizzo inconsapevole dei sistemi di IA da parte dei minori. Lo stesso approccio interesserà università, istituzioni AFAM, ITS Academy e pubbliche amministrazioni.

Non si tratta soltanto di insegnare come utilizzare un software o una piattaforma, ma di formare cittadini e professionisti in grado di comprendere le implicazioni giuridiche, etiche e sociali delle tecnologie che stanno trasformando il mondo del lavoro e delle professioni.

Avvocati e professionisti: l’intelligenza artificiale entra nella formazione obbligatoria

Tra i soggetti maggiormente coinvolti dalla riforma vi sono certamente i professionisti. Gli ordini professionali saranno chiamati ad aggiornare i propri regolamenti introducendo percorsi formativi dedicati all’intelligenza artificiale sotto il profilo tecnico, giuridico e deontologico.

Per gli avvocati, in particolare, si apre una fase nuova. L’utilizzo di strumenti di IA nella ricerca giuridica, nella redazione degli atti e nell’organizzazione dell’attività professionale non rappresenta più una prospettiva teorica ma una realtà ormai consolidata. Il legislatore ha preso atto di questo cambiamento, ponendo al centro della disciplina temi quali la responsabilità professionale, gli obblighi informativi nei confronti del cliente e il controllo umano sugli output generati dagli algoritmi.

Particolarmente significativa è la scelta di intervenire sul tema dell’equo compenso. Entro dodici mesi dovranno essere aggiornati i parametri ministeriali, comprese le tariffe forensi, affinché tengano conto dell’utilizzo dei sistemi di intelligenza artificiale. La novità è di rilievo: il legislatore prevede che tali parametri possano essere modulati anche in relazione alla classificazione di rischio del sistema di IA impiegato. L’obiettivo dichiarato è evitare che l’automazione possa tradursi in una svalutazione del lavoro intellettuale, mantenendo una corretta correlazione tra compenso, responsabilità professionale e complessità dell’attività svolta.

Algoritmi e lavoro: il licenziamento deciso dalla macchina sarà nullo

È questa la disposizione destinata ad attirare maggiormente l’attenzione. Le decisioni che riguardano assunzioni, valutazioni disciplinari, sanzioni e licenziamenti non potranno essere affidate esclusivamente a sistemi automatizzati. Dietro ogni scelta dovrà esserci una valutazione umana effettiva e una persona fisica dotata di poteri decisionali.

La norma assume un valore simbolico prima ancora che giuridico. Il legislatore afferma un principio destinato a diventare centrale negli anni a venire: gli algoritmi possono assistere l’uomo, ma non possono sostituirlo nelle decisioni che incidono sui diritti fondamentali della persona. Per questa ragione il decreto stabilisce espressamente che il licenziamento adottato in violazione di tale principio debba essere considerato nullo.

La disposizione si inserisce in un più ampio percorso di tutela dei lavoratori rispetto ai fenomeni di automazione decisionale, imponendo che le scelte che incidono sul rapporto di lavoro restino sempre comprensibili, verificabili e riconducibili a un decisore umano.

Giustizia e sicurezza: la decisione resta dell’uomo

Particolarmente delicato è il capitolo dedicato alla giustizia e alla sicurezza pubblica. Da un lato viene ribadito che l’intelligenza artificiale non può sostituire il magistrato nell’esercizio della funzione giurisdizionale: l’attività interpretativa e decisionale resta una prerogativa esclusivamente umana e l’IA può svolgere esclusivamente una funzione di supporto.

Dall’altro lato vengono introdotti limiti rigorosi all’utilizzo delle tecnologie biometriche da parte delle forze di polizia. Le bozze dei decreti escludono espressamente forme generalizzate di sorveglianza di massa e vietano la creazione di banche dati biometriche attraverso attività indiscriminate di raccolta delle immagini presenti sul web o attraverso acquisizione massiva automatizzata di immagini online.

L’identificazione biometrica remota in tempo reale sarà consentita soltanto in casi eccezionali, legati a gravi esigenze di sicurezza pubblica, prevenzione di minacce specifiche o ricerca di persone scomparse, e sempre sotto il controllo dell’autorità giudiziaria. La logica è netta: utilizzare le opportunità offerte dalla tecnologia senza trasformarla in uno strumento di controllo generalizzato della popolazione.

Nuove responsabilità per chi sviluppa e utilizza sistemi di IA

L’intelligenza artificiale non porta con sé soltanto opportunità. Porta inevitabilmente anche nuovi rischi. Per questa ragione i decreti intervengono in maniera significativa sul piano della responsabilità civile e penale.

Sul versante penale, i decreti introducono una nuova fattispecie incriminatrice che punisce l’omessa adozione o l’alterazione delle misure di sicurezza nei sistemi di intelligenza artificiale ad alto rischio, quando tali condotte determinino un concreto pericolo per la vita, l’incolumità pubblica o la sicurezza dello Stato. Sul versante civile, viene rafforzata la tutela delle vittime di danni causati da sistemi di IA: si agevola l’accesso alle informazioni tecniche necessarie per comprendere il funzionamento dell’algoritmo, si facilita la prova del nesso causale e si introducono strumenti processuali finalizzati a rendere più effettiva la tutela risarcitoria.

La scelta di campo del legislatore è netta: chi sviluppa, commercializza o utilizza sistemi di intelligenza artificiale dovrà assumersi pienamente le responsabilità derivanti dalle proprie scelte tecnologiche.

Una nuova stagione per il diritto dell’intelligenza artificiale

Le bozze approvate dal Consiglio dei Ministri non rappresentano il punto di arrivo, ma l’inizio di un percorso normativo destinato a proseguire attraverso il confronto parlamentare e i successivi passaggi istituzionali. La direzione, tuttavia, è ormai tracciata.

L’Italia ha scelto di affrontare la rivoluzione dell’intelligenza artificiale non attraverso divieti generalizzati né mediante una deregolamentazione indiscriminata, ma attraverso un sistema che coniuga innovazione, competitività, sicurezza e tutela dei diritti fondamentali. L’innovazione tecnologica può rappresentare una straordinaria opportunità di crescita economica e sociale, ma soltanto a condizione che la persona continui a rimanere al centro dei processi decisionali. È questa, in definitiva, la vera cifra del modello italiano di regolazione dell’intelligenza artificiale.

Fonte: Comunicato stampa del Consiglio dei Ministri n. 177 del 10 giugno 2026 — governo.it