Cassazione penale: maggiore l’onere di diligenza del difensore se presenta istanze a mezzo pec

La Corte di Cassazione, sez. II Penale, con la sentenza depositata il 17 maggio 2019, n. 21683 ribadisce che “se non vi è una specifica normativa di settore o se la normativa prevede genericamente il deposito dell’atto ma non come forma esclusiva di trasmissione, allora, a seconda della tipologia dell’atto, può anche ammettersi che esso venga trasmesso con Pec, ma in questo caso la parte si assume un rischio, potendo quell’atto non essere portato tempestivamente a conoscenza del giudice”

Utilizzo della pec che invece è sicuramente escluso – a parere della Corte – nei casi in cui “il Legislatore prevede una modalità tassativa di trasmissione (ubi lex voluit…)”.

Nel caso di specie parte ricorrente deduce il mancato esame dell’istanza di termine a difesa ex art. 108 c.p.p. depositata contestualmente alla nomina a difensore di fiducia e alla revoca di ogni altro difensore ex art. 96 c.p.p., il tutto inviato a mezzo pec. A causa di una disfunzione del servizio PEC ministeriale (attestata anche da una comunicazione di DGSIA), però, il messaggio di posta elettronica certificata è pervenuto alla Corte d’appello solo il giorno successivo, a udienza conclusa.

Facendo applicazione dei menzionati principi al caso di specie, la Corte conclude che il difensore, avendo utilizzato una forma di invio irrituale, doveva accertarsi che l’istanza “fosse effettivamente pervenuta alla cancelleria del giudice e fosse stata tempestivamente portata all’attenzione di quest’ultimo”.

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